on the air

Andate a sentire le registrazioni segrete di quella volta che Era del Rame è andata a parlare di sè a Radio Popolare Roma. Dopo una lunga e accurata ricerca siamo riusciti ad ottenerle. Ringraziamo i nostri fidati informatori vicini a Wikileaks.

Copiate e incollate         http://youtu.be/0QLlmLXSNlY

EDR,26 giugno 2012

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Il produttore T e la mia generazione

Roma, primavera 2012.

Eravamo lì ad ascoltarlo ormai da un po’.

Il produttore cinematografico T si raccontava al pubblico e accettava domande.  Ma nelle domande non vi era alcun tentativo di conoscere, né di approfondire né tantomeno di analizzare veramente.  Piuttosto erano lusinghe, forme di adulazione rivolte a T, strategie per mettersi in mostra o rivendicazioni di non si sa quali diritti.

Sì, perché chi era lì ad ingraziarsi T, non cercava risposte, cercava lavoro.

O quel che ne resta. Le briciole.

Eppure T lo diceva e neanche troppo velatamente: il banchetto è finito, è tardi, ormai stiamo riscaldando la vecchia minestra. Il cinema (o “quel cinema”) è morto. Anzi no, è tenuto in vita grazie all’accanimento terapeutico di chi finge che il paziente abbia ancora bisogno delle sue cure.

Quindi, non solo non c’è più posto al tavolo della produzione cinematografica, ma neanche resta qualcosa per cui varrebbe la pena di sedersi.

La mia generazione è rimasta fuori da questo banchetto e oggi vive nel risentimento di non avervi partecipato. Ma non lo ammette a se stessa e crede che se si stringerà forte ad un barone, questi prima o poi gli lascerà qualcosa del suo pasto se non addirittura il proprio posto.

Il barone lo sa. T lo sa. Ma è un’illusione in cui ci lascia credere.

Non possiamo certo chiedere al barone di cambiare il sistema che lui stesso ha generato o ha contribuito a generare.  Dal suo punto di vista è nel giusto, ha ragione. Perché mai dovrebbe avere bisogno di noi?

Lo sbaglio è il nostro, perché pretendiamo che lui ci regali un’occasione per accedere a quel sistema bacato e, finalmente, permetta anche a noi di partecipare alla giostra. Dove la vita sì che è bella.

E per ottenere questo, siamo disposti a spendere dieci, quindici anni della nostra vita appresso a lui, sperando che, un giorno, si accorga delle nostre qualità, delle nostre capacità, delle nostre idee originali e che magari possa usarle a suo vantaggio.

Ma così non ci accorgiamo che stiamo rinunciando alla possibilità di sovvertire le difficoltà che la vita ci pone.  In sostanza, rinunciamo a vivere.

E prende piede il risentimento.

Impotenti di creare nuovi valori precipitiamo nelle sofferenze, subendo e perpetrando la “morale degli schiavi”, odiando ciò che non possiamo essere o non possiamo avere e limitandoci, utilitaristicamente, a difendere la qualità del “gregge”.

Non dovremmo accettare di vivere in questo stato d’animo che ci fa vittime, che ci impedisce di crescere, di inseguire la felicità, di vivere la vita e riempirla degnamente di passione.  Io non voglio.

La libertà nasce anche dall’abbandono di vecchie illusioni e di vecchie certezze.

E questo non è vero soltanto per il mondo del cinema.

ANCORA DUE PAROLE SULLA NOSTRA DISTRIBUZIONE

Avviene di frequente che alcuni film, prodotti grazie al fondo per lo spettacolo, non trovino una distribuzione adeguata o, addirittura, non la trovino affatto.

Si tratta di opere interessanti che meriterebbero di essere viste ma che, per così dire, finiscono per essere vittime dello stesso sistema produttivo che le ha create. In definitiva, sono film che non verranno mai visti. Per un film, questo è il peggior finale.
Il regista Ivano De Matteo (Ultimo stadio, film 2002) racconta di come il suo primo lungometraggio, finanziato col fondo statale, sia caduto vittima di questo sistema. All’improvviso, misteriosamente, il denaro che doveva sostenere i costi della distribuzione nelle sale è scomparso. Quattrocentocinquantamila euro. Puff!
E’ un sistema perverso che sembra divorare se stesso in modo compulsivo.
Come avete avuto modo di osservare quindi, una distribuzione virtuosa è di vitale importanza per un film. Così tanto che spesso ne determina la sua fortuna.
Il nostro film vuole ardentemente andare sullo schermo come i bambini desiderano ardentemente camminare.
Ma non abbiamo a disposizione nessun budget che possa coprire questa spesa simultaneamente su un circuito cinematografico.
Era del Rame uscirà, almeno in un primo momento, in un solo Cinema, che sarà disposto a metterci in cartellone assieme alle grosse produzioni (sono tutte più grosse di noi) e a tenerci lì per qualche giorno.

Se il film piace e attrae pubblico allora Era del Rame conquisterà un altro giorno di programmazione, e così via fino a che avrà compiuto il suo ciclo.
Ora potete vedere il filo rosso che lega voi Produttori agli Spettatori. Siete la stessa persona.
In definitiva, quando Era del Rame sarà pronto per la sala, avrà già il suo pubblico. Una parte di questo pubblico, quelli che non hanno comprato i fotogrammi, comprerà il biglietto.
Se non stiamo facendo i conti senza l’oste allora possiamo continuare a riempire il bicchiere.
Al prossimo Post.

EDR, 17 Febbraio 2012