Il produttore T e la mia generazione

Roma, primavera 2012.

Eravamo lì ad ascoltarlo ormai da un po’.

Il produttore cinematografico T si raccontava al pubblico e accettava domande.  Ma nelle domande non vi era alcun tentativo di conoscere, né di approfondire né tantomeno di analizzare veramente.  Piuttosto erano lusinghe, forme di adulazione rivolte a T, strategie per mettersi in mostra o rivendicazioni di non si sa quali diritti.

Sì, perché chi era lì ad ingraziarsi T, non cercava risposte, cercava lavoro.

O quel che ne resta. Le briciole.

Eppure T lo diceva e neanche troppo velatamente: il banchetto è finito, è tardi, ormai stiamo riscaldando la vecchia minestra. Il cinema (o “quel cinema”) è morto. Anzi no, è tenuto in vita grazie all’accanimento terapeutico di chi finge che il paziente abbia ancora bisogno delle sue cure.

Quindi, non solo non c’è più posto al tavolo della produzione cinematografica, ma neanche resta qualcosa per cui varrebbe la pena di sedersi.

La mia generazione è rimasta fuori da questo banchetto e oggi vive nel risentimento di non avervi partecipato. Ma non lo ammette a se stessa e crede che se si stringerà forte ad un barone, questi prima o poi gli lascerà qualcosa del suo pasto se non addirittura il proprio posto.

Il barone lo sa. T lo sa. Ma è un’illusione in cui ci lascia credere.

Non possiamo certo chiedere al barone di cambiare il sistema che lui stesso ha generato o ha contribuito a generare.  Dal suo punto di vista è nel giusto, ha ragione. Perché mai dovrebbe avere bisogno di noi?

Lo sbaglio è il nostro, perché pretendiamo che lui ci regali un’occasione per accedere a quel sistema bacato e, finalmente, permetta anche a noi di partecipare alla giostra. Dove la vita sì che è bella.

E per ottenere questo, siamo disposti a spendere dieci, quindici anni della nostra vita appresso a lui, sperando che, un giorno, si accorga delle nostre qualità, delle nostre capacità, delle nostre idee originali e che magari possa usarle a suo vantaggio.

Ma così non ci accorgiamo che stiamo rinunciando alla possibilità di sovvertire le difficoltà che la vita ci pone.  In sostanza, rinunciamo a vivere.

E prende piede il risentimento.

Impotenti di creare nuovi valori precipitiamo nelle sofferenze, subendo e perpetrando la “morale degli schiavi”, odiando ciò che non possiamo essere o non possiamo avere e limitandoci, utilitaristicamente, a difendere la qualità del “gregge”.

Non dovremmo accettare di vivere in questo stato d’animo che ci fa vittime, che ci impedisce di crescere, di inseguire la felicità, di vivere la vita e riempirla degnamente di passione.  Io non voglio.

La libertà nasce anche dall’abbandono di vecchie illusioni e di vecchie certezze.

E questo non è vero soltanto per il mondo del cinema.